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Ma noi siamo pronti per lo smartworking?

Recentemente molti autorevoli interventi sul lavoro in direzione smartworking, cioè sulle ricadute aziendali della rivoluzione digitale. Giustamente si fa notare come la tecnologia sia la colonna portante del nuovo paradigma organizzativo e del lavoro, ma il capitale umano?
Per i nativi digitali, probabilmente, nessun problema: sono nati in un modo in cui questa rivoluzione era ormai compiuta, come dimostra tra le altre cose un video virale di queste ultime settimane, ma gli altri? Quelli che la rivoluzione digitale l'hanno incontrata strada facendo o quelli che, addirittura, non hanno coniugato lavoro e digital fino ad oggi che chance hanno in questo nuovo paradigma?
Mai come oggi c'è bisogno di empowerment del capitale umano. In questo contesto di incertezza strutturale, in cui l'unica certezza è che tutto cambia più velocemente di noi, la competenza chiave è - indubbiamente - la flessibilità. In primis quella cognitiva, che ci permette di apprendere in modo efficiente le modalità di risposta più adeguate al cambiamento in atto, ma anche una sorta di flessibilità emotiva risulta indispensabile, per permetterci di lasciare senza rimpianti e senza difese comportamenti lavorativi interiorizzati profondamente.
La domanda che nasce spontanea dunque è: si può apprendere la flessibilità? Qui appunto entra in gioco l'empowerment o, meglio, il self-empowerment. Sviluppare la nostra pensabilità positiva per aprirci una nuova possibilità d'essere e d'agire è l'obiettivo principale del processo di self-empowerment. Per il metodo, invece, rimandiamo a due "classici" italiani dello sviluppo del capitale umano: il gusto del potere, di Bruscaglioni e Gheno, e, di quest'ultimo, la formazione generativa.